Hírek

Görögszó 2011

Olaszországban írtak rólunk/ an article about our winery from Italy

Ho sentito parlare di Szekszárd soltanto nel 1991, quando Piero Antinori, Péter Zwack e Jacopo Mazzei stavano realizzando una joint-venture per produrre vino a 150 km a sud di Budapest, nella tenuta Tűzkő Birtok a Bátaapáti, tra le colline di Tolna, vicino al Danubio, ma al di sopra del livello dell’umidità e delle nebbie del grande fiume, dal corso regolato ormai fin dalla fine del XIX secolo. Era la prima volta che sentivo parlare di un’altra storica regione vinicola ungherese che non fosse Eger o Tokaj e ho poi scoperto che anche questa è una delle più importanti dell’Ungheria. A Szekszárd si fa vino fin dall’epoca degli antichi romani e su queste incantevoli colline si distendono ormai più di 2.150 ettari vitati che in gran parte sono coltivati a sangue e sudore, come si suol dire, dove la zappa la fa ancora da padrona. A Szekszárd, e non soltanto a Eger, si può produrre il Bikavér, il famoso “sangue di toro”, però qui la sua produzione e la sua promozione sono un po’ più complicate. Non lo fanno tanti produttori, perché pensano che il disciplinare locale sia troppo semplice e la qualità dei vini non ne riceve vantaggio, quindi non varrebbe nemmeno la pena usare questo marchio.

E poi la realtà produttiva è cambiata notevolmente, si può perfino parlare di una nuova era della produzione di vino a Szekszárd. Da quei sapori roboanti e concentrati del passato e dai grossolani eccessi di botte dei tempi più recenti si è passati ormai al classico, a vini in cui si ricerca estrema piacevolezza. Vini più equilibrati, meno sopraffatti dal rovere, più fruttati e con un’acidità calibrata. Va detto che oggi Szekszárd passa per una regione “rosa”, perché attualmente aumenta il numero dei produttori che stanno scommettendo sui vini di questo colore. La tipologia “Siller”, color sangue di coniglio scarico, che in Ungheria si sta diffondendo sempre di più, definisce i vini di tipo chiaretto, claret, saigné. L’ulteriore distinzione "Fuxli", che sta prendendo piede a Szekszárd, segnala i vini “Siller” prodotti dal “club” di quei viticoltori che stanno dandosi molto da fare per promuovere appunto questa svolta importante dei vini rosa del posto.

Non posso fare a meno di ricordare una bottiglia che Lajos Gál, presidente degli enologi ungheresi, mi portò come novità al MiWine del 2003 e che girai immediatamente a un amante indiscusso dei rosati buoni, Franco Ziliani, specificandogli che non era proprio un “rosato”, ma c’era molto vicino ed era qualcosa di nuovo per l’emergente Ungheria del vino. Del resto a Szekszárd la sperimentazione non ha mai avuto fine da quando ci si è liberati dal giogo russo e si possono trovare a volte delle vigne perfino di Sagrantino o di Tannat...

Tamás Dúzsi ha cominciato a frequentare la scuola media superiore di Viticoltura nel 1964, poi la facoltà di Viticoltura ed Enologia, dove si è laureato come ingegnere di orticoltura specializzato in viticoltura ed enologia. Nei primi anni della sua carriera si è laureato presso l'Università di Pécs come insegnante e da allora è diventato consulente enologo, viticoltore, produttore di vino e insegnante in questo campo. Ma è rimasto un contadino con le mani nella terra e si è sempre fatto un mazzo tanto nei vigneti di Szekszárd, lavorando in passato per diverse grandi aziende vinicole, tra l’altro anche con il famoso enologo Ferenc Vesztergombi, sulla breccia dal 1970 e nominato enologo dell’anno in Ungheria nel 1993. Recuperando circa 3,3 ettari coltivati a Kékfrankos che, fra tanti altri, appartenevano già alla sua famiglia prima della guerra, nel 1994 Tamás si è messo in proprio e, poiché i suoi vini sono risultati fin da subito molto buoni, non può sorprendere che sia riuscito a comprarsene molti altri. Oggi fa il suo vino da ben 40 ettari di proprietà e altri 20 in affitto, tutti nei pressi della sua cantina e coltivati principalmente a Kékfrankos, Kadarka, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot, Pinot Nero e Syrah, da cui ricava in media circa 400 tonnellate d’uva l’anno.

Tamás produce una vasta gamma di vini bianchi, rosati e rossi (nell’insieme più di 25 etichette diverse) che si sono guadagnati diversi premi e riconoscimenti nei grandi concorsi enologici a livello internazionale, ma non fa i Bikavér, o meglio li fa ma non vuole mettere quel nome in etichetta perché non gli piace quel disciplinare e allora li chiama con altri nomi, come Ó Vörös cuvée oppure Birtokbor. Viene piuttosto considerato un mago dei vini rosati, che in effetti sono fatti egregiamente, specialmente il Cabernet Franc, che ha una complessità e delle sfumature semplicemente deliziose. Anche il Cabernet Franc rosso, ma non troppo giovane, è ottimo, però il suo vero vino di razza è il rosso Görögszó.

È fatto così. Ha studiato tanto, ha una “capa” tanta, ma non si sposta di un millimetro dalle sue convinzioni, è sempre un orgoglioso agricoltore di poche parole, tanta terra, duro lavoro. Se dovessi farmi portare a casa in carriola dopo un lungo giro di farmacie dei sani (chiamatele pure osterie che non vi sbagliate), non potrei trovare di meglio che un compagno e complice come Tamás. I suoi importatori in Polonia della Winoman di Giebułtów, che definiscono i suoi vini świat na różowo (un mondo in rosa) per esprimere il massimo della delicatezza nel mondo magico del vino, saranno rimasti estasiati da quest’uomo e dalla sua famiglia, che ne perpetuerà la passione. Ha sette figli, due dei quali studiano proprio Viticoltura ed Enologia all’Università di Budapest e uno frequenta la Scuola tecnica di Viticoltura ed Enologia a Budafok.

Mi ha convinto il suo rosso Görögszó 2011 da Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon, con aromi delicati e fini di pineta e felci dopo la pioggia, erbe officinali, tabacco bagnato, spezie anche piccanti. Un vino complesso e ricco, equilibrato in bocca, di buona stoffa e acidità notevole, con un leggero fondo minerale di grafite da canna di fucile. Gran classe. Ottimo con carni e castagne arrosto davanti al camino acceso o bevuto ascoltando una delle csárdás (danze d’osteria) più struggenti, quella gitana del napoletano Vittorio Monti, ma suonata da violino e orchestra, oppure le magyar táncok (danze magiare) di Johannes Brahms.

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